Aree protette: Protette da cosa? E Da chi?

Questa settimana alla Camera dei Deputati verrà approvata la legge di riforma delle AREE PROTETTE.

La domanda sorge spontanea: – Protette da cosa? E chi le protegge?

Perché proprio non si capisce.

Protette dalla caccia? Non proprio. Perché il controllo ecologico della fauna non compare proprio nel testo e tutto viene affidato al controllo venatorio. In soldoni: i cacciatori si possono appostare ai margini del parco ed impallinare gli animali che non ne sanno riconoscere i confini. Magari animali di specie per cui da una parte si procede alla reintroduzione artificiale, da un’altra si spara gridando all’emergenza sovrappopolamento.

Ma tralasciando la fauna e concentrandoci sulla natura nel senso più ampio del termine, questa legge protegge l’ecosistema da attività impattanti? Neanche. Da tempo nei convegni e negli incontri pubblici una larga maggiornaza politica bipartisan propaganda il concetto che “non si deve agire dicendo cosa non si può fare, perché la gente non digerisce i divieti, si deve puntualizzare cosa si può fare”. Ed ecco quindi che le attività espressamente vietate nelle aree protette sono ben poche (a titolo di esempio cito l’elisky e le nuove estrazioni di idrocarburi, con un passaggio poco chiaro riguardo le concessioni esistenti), mentre si prevede un meccanismo perverso riguardo le attività impattanti: si possono fare ma si deve pagare un indennizzo una tantum per risarcire il parco dei danni prodotti alla natura. Questo meccanismo è ancora peggiore di quello inizialmente previsto delle royalties perché permettere attività impattanti ad un prezzo basso: anche un danno all’ecosistema prolungato nel tempo verrà pagato una volta e per tutte con un obolo iniziale. Un affarone per gli investitori.

Visto che siamo a parlare di soldi, occorre precisare una cosa molto importante: la riforma, quando parla di parchi e di aree protette, lo fa da un punto di vista principalmente amministrativo e contabile. Ovviamente è un bene che un parco abbia il bilancio in ordine e la sua gestione sia economicamente sostenibile, ma non ci si può limitare a questo, altrimenti che differenza c’è rispetto a qualsiasi altro ente o ad un’azienda?

La ciliegina sulla torta è costituita secondo me da un’altra riflessione. Visto che parliamo di aree protette: chi le protegge? Chi le controlla e presidia? Perché le professionalità deputate a farlo (guardie parco, ma anche corpo forestale dello Stato ormai assorbito dai CC) sono da sempre sotto organico ed in questa legge niente viene fatto per invertire la tendenza. Forse le aree protette verranno protette da chi le gestisce? A parte il fatto rilevato in precedenza che questa legge intende la gestione più da un punto di vista amministrativo-contabile che naturalistico-ecologico, vediamo chi gestisce. Per guidare un parco è richiesta una laurea qualsiasi (la conoscenza di cosa è un parco è un optional). Negli organi di controllo e gestione non è rappresentato il mondo scientifico e molto poco quello ambientalista, mente viene espressamente previsto il coinvolgimento di interessi specifici locali, anche privatistici, “per favorire gli interessi economici locali”.

Se queste sono le premesse, prevedo parchi assediati da attività di ogni tipo che hanno ben poco a che spartire con la difesa dell’ecosistema e la salvaguardia della natura. Insomma, aree sempre meno protette e sempre più uguali al resto del tessuto economico, produttivo e paesaggistico circostante.

Quindi, invece che di aree protette, sarebbe meglio parlare di riforma delle AREE AMMINISTRATE.

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