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Ecco perché non parte la Commissione d’inchiesta sulle banche

Affossare la Commissione di inchiesta sul sistema bancario, rallentandone l’insediamento e facendo slittare l’inizio dei lavori, per salvare Maria Elena Boschi, il governo Gentiloni ed evitare di farsi troppo male a pochi mesi dalle elezioni politiche. Sembra essere questo lo schema che il Partito Democratico e le altre forze di maggioranza stanno seguendo.

Quella che ha portato alla nascita della Commissione è stata una gestazione lunghissima e travagliata. I deputati di Alternativa Libera sono stati tra i primi a presentare nel maggio del 2013 una proposta di legge, a firma Artini, che istituisse una Commissione d’inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena. Successivamente è scoppiato il caso del crac di Banca Etruria, Carife, Banca Marche, Carichieti.

Ancora una volta Alternativa Libera è stata la prima forza politica a presentare una proposta di legge che istituisse una commissione sulle banche in risoluzione, depositata il 23 dicembre 2015. Dalle parti del Nazareno hanno traccheggiato a lungo, a dispetto delle dichiarazioni di facciata dell’allora premier Matteo Renzi, che proprio nel dicembre del 2015 proclamava di voler far nascere la Commissione senza che dal PD arrivasse un atto concreto. Poi, il 21 giugno scorso la Camera ha approvato in via definitiva la legge che assorbiva tutte le proposte di legge sull’argomento per far partire la Commissione.

Per arrivarci sono serviti quattro anni di attesa e insistenza e il costoso salvataggio per decreto di Banca Etruria, Carife, Banca Marche, Carichieti, MPS, Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Monte dei Paschi di Siena, fallite (o quasi) dopo aver bruciato i risparmi di centinaia di migliaia di risparmiatori.

Bisognava fare una Commissione d’inchiesta che indagasse sulla gestione di questi sette Istituti di credito, ma si è deciso di farne una che invece dovrà analizzare, in meno di un anno, l’intero sistema bancario e finanziario italiano, che comprende centinaia di soggetti e per di più con un budget complessivo di soli 150.000 euro.

In definitiva, dopo quattro anni, la montagna ha partorito il fatidico topolino, e per di più mezzo moribondo: oggi, a quasi tre mesi dal via libera definitivo alla legge, col calendario che galoppa verso la fine della legislatura, la Commissione d’inchiesta non solo non ha ancora iniziato i suoi lavori, ma non ha nemmeno visto la luce. E dire che il 21 giugno, in sede di approvazione della legge che dava il via libera alla nascita dell’organismo bicamerale, Alternativa Libera ha proposto a tutti i gruppi politici di procedere alle designazioni dei commissari entro sette giorni.

La situazione di stallo è colpa dei tre gruppi di maggioranza in Parlamento, che hanno tardato nell’inviare ai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, i nomi dei propri componenti e soprattutto del PD, che litiga con se stesso sulla presidenza dell’organismo. Al Nazareno è in corso una guerra tra bande sulle strategie da seguire per gestire la Commissione e la cosa passa necessariamente per la composizione della pattuglia di commissari dem. Tutti sanno che con ogni probabilità l’organismo bicamerale non riuscirà ad arrivare a nessuna conclusione sull’oggetto dell’inchiesta e che quello che conta, politicamente parlando (e in chiave elettorale), sarà solo la lista delle persone da ascoltare.

È chiaro che il primo atto della Commissione, fortemente voluto dalle opposizioni e da alcune correnti del PD, sarà convocare per un’audizione l’ex amministratore delegato di UniCredit, Federico Ghizzoni, che, secondo quanto raccontato da Ferruccio De Bortoli, nel suo libro Poteri forti (o quasi), sarebbe stato invitato dall’allora ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi, a valutare l’opportunità di acquisizione di Banca Etruria, istituto di cui suo padre Pier Luigi era vicepresidente. Circostanza, quest’ultima, sempre smentita dall’ex ministro del Governo Renzi. Ghizzoni invece non ha mai smentito le pressioni ricevute e si è detto disposto a parlare in Commissione: è evidente che se dovesse confermare quanto scritto da De Bortoli, al quale non è mai arrivata la querela minacciata dalla Boschi, per la sottosegretaria l’unica possibilità sarebbe fare un passo indietro. Con tutte le conseguenze del caso.

Altro oggetto d’inchiesta sarà l’attività svolta dalla Vigilanza, in particolare il ruolo della Banca d’Italia e le sue responsabilità nei dissesti bancari che il governo ha dovuto affrontare con notevoli sforzi finanziari. Bankitalia ha già assicurato piena collaborazione. Si tratta di un fronte che merita attenzione particolare, vista anche la prossima scadenza del mandato del governatore Ignazio Visco, a fine ottobre, rinnovabile a discrezione del governo.

E proprio i destini del governatore di palazzo Koch vedono il segretario Matteo Renzi in disaccordo con il premier Paolo Gentiloni. Il primo vorrebbe cambiare “cavallo”, il secondo vorrebbe riconfermarlo. Probabilmente il confronto attraverserà i lavori dell’organismo che rischia di essere un vero e proprio campo minato, visto che ad aggiungere altro pepe al piatto ci sono questioni come i prestiti e i crediti deteriorati delle popolari venete o le “ombre” pugliesi sull’acquisto di Banca 121 da parte di MPS, sulle quali la fazione renziana non vede l’ora di buttarsi a capofitto per distogliere l’attenzione dai legami non del tutto chiari di alcuni petali del Giglio magico col mondo bancario

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