La lotta alla povertà sia un faro per le scelte di Mattarella

Passato il turbine del referendum sulle riforme costituzionali, che aveva di fatto preso in ostaggio TV e giornali, togliendo spazio a qualsiasi altra notizia, dobbiamo tornare a fare i conti con le tematiche più importanti ed urgenti per chi ogni giorno prova a resistere alla crescente crisi che attanaglia il nostro Paese ormai da molti anni. Quello del tasso di povertà in Italia è un dato che ci mette davanti ad una situazione di profonda emergenza che va affrontata, con la massima serietà e con tutte le risorse disponibili, quanto prima.

Guardiamo alcuni numeri.

Gli ultimi dati ISTAT relativi al 2015 ci descrivono una situazione non più tollerabile: nel nostro Paese vivono in una condizione di povertà assoluta 4,6 milioni di persone, ovvero 1,2 milioni di famiglie (il dato peggiore dal 2009 ad oggi) vivono in condizione di povertà relativa 8,3 milioni di persone.

Le misure messe in campo finora non sono assolutamente sufficienti e contemporaneamente si “sprecano” preziose risorse finanziarie che potrebbero essere sfruttate per contrastare la povertà. Alcuni esempi possono essere i sei miliardi di euro stanziati per il bonus 80 € a chi ha già un lavoro o i 300 milioni stanziati per il bonus da 500 € per i neo-diciottenni (che sono stati gli stessi ad aver bocciato la riforma costituzionale del governo), che una volta terminati gli studi si devono scontrare con una disoccupazione giovanile ferma al 36% che pesa come un macigno.

La misura che ha provato a mettere in atto il governo dimissionario, chiamata Reddito di inclusione, stanziava solo 1,6 miliardi di euro in due anni, quindi non una misura strutturale, e dava un piccolissimo reddito ad appena il 30% delle famiglie che vivono in condizione di povertà assoluta (copriva solo 1,2 milioni di persone contro 4,6 milioni che non hanno reddito o che provano a vivere con meno di 600 euro al mese).

Vista la crescente situazione di emergenza è necessario cambiare approccio: prima si individua la platea di persone che ne avrebbero bisogno (per i quali dovrebbe valere il diritto a vivere dignitosamente), si trovano le coperture adatte, si procede ad attuare una serie di iniziative strutturali volte a risolvere il problema.

Facile a dirsi. Ma a farsi? Non è assolutamente facile, proprio perché, via via che la situazione andava a peggiorare di anno in anno, venivano fatti i soliti proclami ma poi si è sempre ignorato il problema. Adesso non è più possibile girarsi dall’altro lato, va trovata una soluzione per invertire l’andamento negativo dei dati ISTAT.

Una delle diverse soluzioni che porterebbe un beneficio alle fasce più deboli è sicuramente l’istituzione di un Reddito d’Inclusione, legato a delle offerte di lavoro o formazione professionale, sancendo un diritto di base per tutti a vivere una vita dignitosa, con la certezza che le risorse finanziarie stanziate, cioè il reddito erogato alle famiglie, verrebbero automaticamente reimmesse in circolo nel mercato, facendo girare l’economia soprattutto tra i piccoli distributori, che sono coloro che maggiormente pagano le conseguenze della crisi.

Una misura del genere risolverebbe anche un’altra emergenza che nessun governo ha mai provato a risolvere, quella dei senza dimora. Quando una persona si ritrova senza più un tetto sopra la testa, non può rinnovare la propria residenza, di conseguenza non può più rinnovare il proprio documento di identità. Senza un documento di identità si smette di esistere per lo Stato, di fatto queste persone vengono abbandonate: perdono molti diritti, il diritto di voto, il diritto alla normale assistenza medica, diventa impossibile partecipare a dei bandi per l’assegnazione delle case popolari o trovare un lavoro.

La legge obbliga i Comuni ad istituire una via fittizia per dare una parvenza di residenza per i senza dimora ma non tutti [i Comuni] lo fanno e chi ce l’ha non sempre la utilizza. Spesso tocca alle associazioni di volontariato sopperire alla mancanza dello Stato.

Questa, adesso, non tra un mese, deve essere la principale priorità per il Parlamento, per il Governo, per lo Stato.

Non c’è più tempo.

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