L’intervento di Eleonora Bechis all’Assemblea della Confederazione per la difesa e l’attuazione della Costituzione

Per molti aspetti l’Italia non è più uno stato sovrano ed è condannata a subire decisioni prese in assisi internazionali di cui fa parte: pena la sua esclusione dal consorzio dei decisori con ritorsioni evidenti.

Il nostro Paese ha sfruttato malissimo il fenomeno della globalizzazione infilando da sé il collo in un cappio troppo stretto. A livello energetico, a livello alimentare, a livello economico, siamo totalmente dipendenti da un tessuto sovranazionale (ed extra-nazionale) che ci soffoca.

Ne deriva che per noi la globalizzazione sta diventando quella “globalizzazione della miseria” a cui fa riferimento Paolo Maddalena nel suo documento quando indica la necessità della restituzione al Popolo della proprietà collettiva dei fattori della produzione…unitamente alla gestione dei servizi pubblici essenziali.

Per fare questo senza incorrer in inutili velleitarismi occorre procedere in due direzioni.

  1. Creare un fronte sinergico con altre nazioni che potrebbero essere interessate ad allinearsi con queste politiche.
  2. Ristabilire un minimo di sovranità energetica, alimentare e produttiva.

L’Italia negli ultimi tre decenni è stata pesantemente terziarizzata, dimenticandosi di occuparsi del settore primario e secondario (agricoltura e industria-manifattura).

Non dobbiamo pensare di tornare al passato, anzi. In questo tipo di produzioni il mondo è completamente cambiato sia sul piano delle tecnologie adottate (pensiamo ai processi di automazione o alla robotica) che su quello dell’approccio generale che deve tener conto dei fattori legati alla sostenibilità, oggi più che mai necessari alla sopravvivenza del pianeta.

Per una volta l’Italia dovrebbe provare a prevedere e interiorizzare queste trasformazioni epocali. Cerco di spiegarmi meglio. È proprio sui fattori della produzione (settore primario e secondario per intenderci) che voglio soffermarmi.

La sovranità alimentare

Cito l’articolo 35 della nostra Costituzione che recita: “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro…”

Queste poche righe ci riportano alla consapevolezza che:

  • occorre tornare al ruolo centrale dei mercati locali e nazionali; dare spazio all’agricoltura familiare, alla pesca e all’allevamento tradizionali;
  • occorre una maggiore attenzione alla produzionedistribuzione e consumo di alimenti nel rispetto dell’ambiente, delle società e delle economie locali;
  • occorre un commercio leale e trasparente in grado di garantire a tutti un reddito dignitoso;
  • occorre dare ai consumatori la possibilità di controllare la propria alimentazione .

Questo si chiama sovranità alimentare: il diritto dei popoli, delle comunità e dei Paesi di definire le proprie politiche agricole, del lavoro, della pesca, del cibo e della terra che siano appropriate sul piano ecologico, sociale, economico e culturale alla loro realtà unica.

Pertanto ne dovrebbero conseguire pratiche utili a contrastare il monopolio commerciale delle multinazionali dell’agribusiness che è in sé la negazione di tutte le prerogative che ho citato prima.

È necessario mettere al centro le persone e non i mercati o le imprese: contadini, pescatori, allevatori; donne, uomini, giovani, consumatori, movimenti ecologisti e organizzazioni sociali.

È necessario mettere al centro la gestione diretta delle attività agricole e di conseguenza per coloro che producono alimenti l’accesso alla gestione delle terre, dell’acqua, delle sementi, del bestiame e della biodiversità;

È necessario puntare sulla crescita della consapevolezza, della capacità di scegliere, di poter esercitare un controllo sul proprio cibo e sulla propria alimentazione sia a livello individuale che di comunità sociale.

È necessario arrivare ad avere politiche agricole e accordi giuridici e commerciali in grado di creare le condizioni adeguate perché i piccoli contadini possano sopravvivere e creare opportunità di crescita sociale ed economica nelle loro comunità di appartenenza.

È necessario dunque pensare a una modifica degli accordi commerciali di libero scambio, controllati attualmente da un’oligarchia commerciale e finanziaria composta dall’Organizzazione mondiale del commercio, dalla Banca mondiale, dal Fondo monetario internazionale e dalle multinazionali che influenzano i governi dei vari Paesi.

Anche questo è “restituzione al Popolo della proprietà collettiva dei fattori di produzione… unitamente alla gestione dei servizi pubblici essenziali” (Paolo Maddalena)

Descolarizzazione e perdita di capitale umano

Ma da dove partire? Fatemi pensare che l’inizio sia la scuola: non c’è servizio pubblico oggi più essenziale che la scuola.

Ed è in questa direzione che si esprime la nostra Costituzione, riprendo l’articolo 3, che recita:

“… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

 e nell’art. 34 ci dice:

“… I capaci e meritevoli anche se privi di mezzi hanno diritto a raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre previdenze. Che devono esser attribuite per concorso.”

Eppure la percentuale delle persone tra i 18 e i 24 anni che lasciano gli studi nel 2015 è stata del 14,7% (di questi il 12,7% nati in Italia e 31,3% nati all’estero), mentre la media europea è dell’11%.

Si passa in ogni caso da regione virtuose come Umbria e Marche dove l’80% degli studenti termina il quinquennio, a regioni come la Sicilia, la Sardegna e la Campania dove il dato arriva a poco più del 60 per cento. Ma non si tratta di un fenomeno circoscritto alle aree geografiche tradizionalmente più arretrate del nostro Paese. La piaga colpisce anche le regioni settentrionali, dove la quota più allarmante si registra in Lombardia, con il 29,8 per cento

Numeri così alti di dispersione scolastica hanno alle spalle sempre e comunque due fattori.

  1. l’impoverimento delle famiglie di provenienza;
  2. il costante aumento del costo dei servizi scolastici che viene scaricato sul privato. A conferma della prima delle due ipotesi sta il fatto che l’abbandono si registra decisamente più intenso negli Istituti professionali e tecnici rispetto ai licei scientifico e classico.

È tutta la macchina educativa italiana a battere in testa. Dopo l’infausta Riforma Gelmini del 2008, Il governo Renzi – solo ultimo in ordine di tempo – ha pasticciato assai con la riforma detta della “Buona scuola”, peraltro mai portata a termine.

L’Italia è all’ultimo posto nella classifica UE per percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione (7,9% nel 2014 a fronte del 10,2% medio Ue) e al penultimo posto (fa peggio solo la Grecia) per quella destinata alla cultura (1,4% a fronte del 2,1% medio UE); (dati Eurostat 2014)

Nonostante l’importanza che tutti danno all’istruzione come volàno per promuovere la crescita economica, la spesa italiana in questo campo è stabile al 4,1% del prodotto interno lordo. Mentre nel 2015, la media europea era al 4,9% del PIL.

Il caso Milano – da portare come esempio

Lo scorso giovedì a Milano la mannaia del Bilancio di previsione si è abbattuta ad esempio sull’Assessorato all’ Educazione e Istruzione. E il conto per le famiglie è di tre milioni di Euro. Nuove tasse per l’iscrizione alle scuole materne (un milione) e aumenti delle tariffe per i servizi all’infanzia (due milioni): ai centri estivi, alle case vacanze, dal pre e post scuola al trasporto.

Poi ci sono i contributi tagliati agli oratori (300.000 euro), alle scuole private tra cui i nidi convenzionati con il Comune già insufficienti precedentemente che si stima perderanno altri di 200-250 posti in meno nel 2017.

Coinvolte saranno 20.000 famiglie almeno e in una fase storica di redditi tagliati dare all’utenza un segnale di spostamento dal servizio pubblico a quello privato è davvero una questione delicata.

La costituzione più bella del mondo

Vi vorrei invitare ad una riflessione e concludo.

La Confederazione di cui facciamo parte si chiama “Confederazione per la difesa e l’attuazione della Costituzione” e oggi la nostra Costituzione è stata nominata parecchie volte.

È stata definita la Costituzione più bella del mondo per lungo tempo. Nata dalla devastazione di un Paese sconfitto la Costituzione è stata un ottimo compromesso ideologico che ha consentito di superamento di una possibile Guerra civile e di allentare le tensioni tra i blocchi contrapposti.

Fino agli anni Settanta siamo stati l’unica democrazia del Mediterraneo, un Paese capace di superare la drammatica stagione del terrorismo rosso e siamo stati in grado di ridurre a triste caricatura i tentativi di golpe della destra, tutto questo grazie al testo redatto dai Padri fondatori della nostra Repubblica.

Certo, oggi qualche modifica a questo scritto del 1947 andrebbe fatta, mi viene in mente il Titolo V che riguarda il rapporto tra Regione Provincie e Comuni, ma certo non per stravolgerla a vantaggio di pochi.

Ma cosa c’entra questo pensiero con tutto il discorso fatto fino ad ora? Bene, riprendendo dalla dispersione scolastica, mi sono chiesta cosa possiamo fare perchè i ragazzi continuino il loro percorso scolastico? Visto anche che il periodo che stiamo vivendo di certo non facilita la ricerca di un lavoro se non hai un titolo di studio elevato?

Forse i nostri ragazzi hanno bisogno che la scuola li riagganci di più a ciò che accade nel quotidiano? E allora cosa c’è di più attuale della nostra Costituzione? Ora…

Insegnamento obbligatorio Costituzione

Sappiamo che esiste attualmente un sistema strutturato di formazione linguistica ed educazione civica rivolto agli stranieri richiedenti protezione internazionale. I giovani migranti che arrivano sulle nostre coste sono tenuti ad acquisire la conoscenza della lingua della cultura e vita civile italiane. E la carta costituzionale sta alla base di tutto ciò.

Sappiamo anche che i nostri ragazzi vengono invitati a frequentare l’ora di religione sin dai primi anni di scuola, se non ricordo male i miei figli hanno iniziato sin dalla materna. Da credente, anche se non Cattolica, la trovo un’ottima cosa, seppur con delle riserve, (io per esempio avrei trovato più contemporaneo parlare di “storia delle religioni”, ma i Patti Lateranensi ci delimitano la strada). Fa parte della nostra storia ed è giusto che i ragazzi la conoscano. I miei ragazzi hanno frequentato l’ora di religione sino alla terza media, poi ho lasciato loro la scelta!

Questi i due esempi hanno scaturito in me un pensiero: torniamo ad insegnare la Costituzione nelle scuole, e perché no, magari scriviamolo anche in Costituzione! Perché un cittadino che ha piena coscienza dei propri diritti e dei propri doveri è un cittadino migliore. Migliore per sé e per gli altri. Non è infatti per nulla indifferente conoscere che la più alta tra le carte che regolano la nostra convivenza sancisce senza possibilità di dubbio sui principi fondamentali che sono:

Il lavoro non è solo un rapporto economico, ma un valore sociale. Non è solo un diritto, bensì anche un dovere che eleva il singolo.

L’uguaglianza perché tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali. Ed è compito dello Stato rimuovere gli ostacoli che di fatto limitano la possibilità di sviluppare pienamente la loro personalità sul piano economico, sociale e culturale.

La solidarietà perché lo Stato ha il compito di aiutare le associazioni e le famiglie, attraverso la solidarietà politica ed economica a rimuovere ogni ostacolo che impedisca la formazione della propria personalità.

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