La manovrina che doveva aiutare i terremotati e invece agevola i furbi

Grazie alla manovrina varata dal governo Gentiloni gli imprenditori spregiudicati potranno lucrare sulle macerie del terremoto che ha sconvolto il Centro Italia, meno di un anno fa, senza dover fare le proverbiali carte false.

Per incassare gli stessi benefici fiscali e contributivi concessi a chi ha subito un vero danno dagli eventi sismici che si sono verificati a partire dal 24 agosto 2016, sarà sufficiente avviare entro il 31 dicembre del 2017 un’attività in uno qualsiasi dei 140 comuni colpiti. È quanto previsto dal comma 3 dell’articolo n.46 della manovrina-bis (i cui emendamenti saranno votati in commissione dal 22 maggio) che regola e disciplina la cosiddetta “zona franca urbana” nelle aree di Lazio, Marche, Abruzzo e Umbria colpite dal sisma.

Per ridare ossigeno a queste aree il governo infatti ha stanziato un totale di 504 milioni di euro spalmati in tre anni. Si tratta di somme destinate in primis alle aziende colpite che potranno beneficiare della parziale esenzione dalle imposte sui redditi e dall’IRAP, alle condizioni di legge, nonché dell’esenzione degli immobili produttivi dalle imposte municipali e dell’esonero dal versamento dei contributi previdenziali e assistenziali a carico dei datori di lavoro.

Peccato che il comma 3 dell’articolo 46, che ha l’intento lodevole di attrarre possibili investimenti per zone ad alto rischio di depressione e disoccupazione, sia in sostanza una porta aperta agli speculatori.

Non prevedendo alcun impegno vincolante sugli effettivi investimenti, né imponendo requisiti minimi di permanenza e di trasferimento di impianti e dipendenti, la norma determina un vantaggio netto dei nuovi investitori rispetto agli imprenditori e ai residenti effettivamente danneggiati dal sisma. Questi ultimi per usufruire di questi benefici devono dimostrare d’aver subito una riduzione del fatturato pari al 25% rispetto all’anno precedente mentre per i nuovi arrivati non ci sono gli stessi paletti.

Allo scopo di scongiurare il cosiddetto “dumping inverso”, cioè il fenomeno per cui le imprese si muovono da territori limitrofi non per solidarietà o voglia di ricostruire quanto per l’allettante prospettiva di ottenere condizioni fiscali favorevoli, Alternativa Libera, come racconta il Fatto Quotidiano,  ha già segnalato al governo l’anomalia contenuta nella manovrina e ha proposto un emendamento volto a introdurre paletti per fermare furbi e malintenzionati che si precipitassero nelle zone del cosiddetto “cratere” a caccia di indebiti vantaggi.

L’emendamento di Alternativa Libera prevede che per ottenere questi benefici fiscali i nuovi imprenditori debbano trasferire in loco le attività e non solo la sede sociale, che ci sia il collegamento tra incentivi ed effettive assunzioni nei comuni terremotati e l’obbligo a rimanervi per almeno quattro anni.

“Noi, con il nostro emendamento, abbiamo provato a correggere in modo più ragionevole questa legge, ora spetta al governo dimostrare che reputa giusto aiutare in via prioritaria le imprese danneggiate dal terremoto”, affermano i deputati di Alternativa Libera, Massimo Artini e Samuele Segoni.

Condividi

Aggiungi un commento