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Post-nucleare a doppia velocità: inerzia di Stato nei controlli e nelle nomine, mentre i cittadini pagano di più ogni anno

Da quattordici anni, sulla bolletta degli italiani pesa una tassa sull’eredità nucleare.

Negli ultimi cinque anni il contributo ai costi di smantellamento del nucleare e alle misure di compensazione territoriale dei comuni che continuano ad ospitare gli impianti dismessi (Latina, Caorso, Trino Vercellese, Garigliano) ci è costato 1,5 miliardi di euro, di cui 622 milioni l’anno scorso.

Il prelievo di soldi dalle tasche dei cittadini è l’unico caso in cui il Paese riesce a viaggiare a velocità sostenuta, mentre quando si tratta di trovare una soluzione al problema e metterla in pratica i tempi si dilatano. Trent’anni fa, con un referendum l’Italia sceglieva di abbandonare definitivamente il nucleare, eppure il progetto del Deposito nazionale delle scorie non è ancora partito.

Così come è fermo al palo anche l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN), ovvero l’autorità che dovrebbe vigilare su tutta l’operazione di smantellamento delle scorie delle vecchie centrali e dei rifiuti di industrie e ospedali. Fin dalla sua nascita, quasi tre anni fa, l’ISIN è rimasto senza una guida e il Centro nazionale per la radioprotezione dell’ISPRA ne ha fatto le veci, in attesa che l’Ispettorato diventi operativo.

Dopo il rinvio a giudizio di Antonio Agostini, l’uomo che il governo Renzi voleva alla guida dell’ISIN, il 15 novembre 2016 l’esecutivo ha nominato con decreto l’avvocato Maurizio Pernice come nuovo direttore dell’Istituto. Contestualmente, sono stati nominati Stefano Laporta, Laura Porzio e Vittorio D’Oriano come componenti della Consulta dell’ISIN, l’organismo che deve fornire pareri obbligatori sui piani, sugli atti programmatici e sugli obiettivi operativi, nonché sulle tariffe da applicare agli operatori, sulle procedure e i regolamenti interni, sulle guide tecniche predisposte dall’Istituto.

Il 13 febbraio scorso però sono scaduti i novanta giorni di tempo entro i quali i due decreti di nomina andavano registrati e oggi si rischia la decadenza degli atti o un Ispettorato e una consulta non pienamente legittimati e operativi nei tempi previsti.

Per questa ragione Alternativa Libera ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Ambiente Galletti al quale abbiamo chiesto se non trova che “questo periodo di vacatio sia certamente deleterio ai fini della vigilanza perché fra i suoi compiti, l’ISIN ha anche quello della vigilanza sugli impianti in esercizio, sulle aree delle ex centrali nucleari in completamento di dismissione e sui depositi provvisori”. A causa dell’inerzia si Stato, ciò che scade, come scrive il Fatto Quotidiano che nella versione online ha dato risalto alla battaglia di Alternativa Libera, non è esattamente uno yogurt.

Nel frattempo, però, il cittadino italiano continua a pagare in bolletta, puntuale, senza proroghe o rinvii, la sua tassa sul nucleare: dal 2003 la si paga a consumo, con un’aliquota pari a 0,015 centesimi di euro per ogni kilowattora, sotto la voce “oneri di sistema”, categoria A2. Dal 2005 in poi, Governo e Parlamento in sede di Finanziaria hanno dirottato buona parte del gettito di quell’aliquota sulla fiscalità generale, creando di fatto una “tassa occulta” con cui si paga la manutenzione delle buche anziché la messa in sicurezza delle centrali e delle scorie. E così i comuni con gli impianti dismessi si sono visti tagliare le compensazioni del 70%.

Il Tribunale di Roma, con una sentenza del luglio 2016, ha raddrizzato in parte il torto, riconoscendolo agli enti 100 milioni di euro di compensazioni. Nel Milleproroghe 2017 è passato un emendamento del governo che modifica le modalità di calcolo del prelievo, non più a consumo ma sui costi generali della rete pubblica. Non sono calcolate però le dispersioni che sono stimate intorno al 10%. Così nessuno sa davvero se ci sarà mai un risparmio effettivo per il consumatore, mentre nessuna garanzia viene data ai comuni all’ombra delle centrali da dismettere.

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