Stabiliamo oggi le regole per fare le riforme costituzionali

A settant’anni dalla scrittura della Costituzione Italiana e a poco più di un anno dalla bocciatura della riforma Boschi, il dibattito sulle modifiche costituzionali sembra sopito, ma non è così. L’architrave del nostro sistema istituzionale ha sempre suscitato, nella classe politica, il desiderio di adattarla al cambiamento del contesto socio-economico.

Solo negli ultimi diciassette anni sono state introdotte due modifiche rilevantissime.

La prima nel 2001, in seguito al voto referendario, ha completamente cambiato i poteri degli enti locali e territoriali. Una scelta che non ha portato i risultati sperati, dal momento che in virtù delle innovazioni introdotte, ha portato all’esplosione della spesa sanitaria in molte Regioni, senza che all’incremento delle uscite sia corrisposto un effettivo miglioramento delle prestazioni. Anzi, lo Stato centrale ha preso il controllo del secondo più grande centro di spesa della Pubblica Amministrazione, mentre i cittadini hanno visto, troppo spesso, aumentare a dismisura il prezzo delle prestazioni sanitarie pubbliche a fronte di una riduzione dell’offerta, sia in termini quantitativi, sia qualitativi.

Nel 2012, con il Governo Monti, è stata approvata la più recente delle riforme costituzionali, il pareggio di bilancio, contenuto nell’articolo 81. Una modifica approvata in Parlamento con una maggioranza schiacciante sull’onda della crisi economica. Anche in questo caso, si è trattato di una misura di dubbia efficacia visto che, teoricamente, sarebbe servita a evitare l’innalzamento del debito pubblico. Peccato che lo stock complessivo di debito sia passato dai 2.070 miliardi del 2013 (anno precedente all’entrata in vigore del pareggio di bilancio) ai 2.289 miliardi del 2017.

Nel 2006, invece, il referendum costituzionale sancì il naufragio del progetto che puntava a trasformare l’Italia in una Repubblica federale, e a rafforzare notevolmente i poteri dell’esecutivo.

Il 4 dicembre del 2016, sempre in seguito a un voto referendario, la maggioranza degli italiani ha bocciato la riforma Boschi.

Praticamente in poco più di tre lustri, la Repubblica Italiana ha tentato di modificare la sua Costituzione, circa, ogni quattro anni. Non è un bel primato, ma la necessità di cambiarla nuovamente, ancora è viva nella classe politica, sebbene in questo periodo pre-elettorale nessuno si arrischi a parlarne.

A nostro avviso è importante parlarne già da ora, visto che si tratta di un gesto di trasparenza nei confronti degli elettori che il 4 marzo saranno chiamati alle urne.

La prima e più importante questione che si deve affrontare quando si pensa a cambiare la Costituzione, deve essere il metodo, poiché le forzature in materia costituzionale sono dannose e inaccettabili. Le regole fondamentali per la convivenza democratica devo essere ponderate e massimamente condivise, per questo, nella prossima legislatura, proporremo a chiunque voglia tornare a lavorare sulle modifiche della Carta, di procedere attraverso la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare. Solo in questo modo si potrà arrivare ad un’autentica e partecipata rivisitazione costituzionale, che indirizzi tutti i governi futuri verso l’effettivo raggiungimento dei principi scritti dai padri costituenti e che oggi, troppe volte restano lettera morta.

Idee come, la parità di dignità sociale tra tutti i cittadini, il diritto al lavoro e l’uguaglianza, sono concetti che necessitano di attuazione. Per questo abbiamo lavorato fino a oggi e per questo continueremo a combattere.  ​​

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