Renzi, il referendum e i bambini di Taranto

I dati ISTAT sul rapporto “reddito-condizioni di vita2015 confermano la tendenza di un Paese in “decrescita infelice”, con 1/4 della popolazione sostanzialmente sulla soglia di povertà. Il 25% è un numero decisamente allarmante, lo sarebbe stato anche un più modesto 10% per chi oggi vive nell’area Euro e non certo in un paese del terzo mondo.

Questo scenario, che avrebbe dovuto impegnare il Governo a combattere la povertà, non è certo una novità e non sarà stata una sorpresa nemmeno per le facce sorridenti del “va tutto bene” o dell’ “Italia che riparte” eppure in una qualsiasi democrazia matura, una classe dirigente responsabile, senza tirare in ballo parole altisonanti come “etica” e “morale” ormai merce rarissima se non di contrabbando, mai avrebbe fatto navigare il Paese in una lacerante campagna referendaria di sei mesi, per giunta perdendola.

Tra i dati ISTAT e questo Referendum ci sono molti punti di contatto che da soli chiarirebbero il quadro socio-economico alla base della vittoria del No. Ma i dati raccontano anche un’altra storia.

La storia dei “bambini di Taranto” fa drammaticamente parte di questa disputa tra il mondo “reale” e quello “virtuale” nel quale Renzi ed il suo Governo ci hanno fatto vivere in questi mille giorni.

Proprio a ridosso della fine della campagna elettorale Francesco Boccia, Presidente della Commissione Bilancio della Camera, il 29 novembre lamentava l’incomprensibile dietrofront del Governo sull’emendamento che stanziava 50 milioni euro per le cure dei bambini di Taranto, spiegando che “Quella sui soldi per Taranto era una decisione politica e Palazzo Chigi ha scelto di non stanziarli”. Nel frattempo l’allora Presidente del Consiglio nonché Segretario del partito dello stesso Boccia replicava: “Siamo pronti a discuterne al Senato”.

La narrazione governativa svelava il volto ruffiano di un premier a caccia di consensi che, senza ammissioni di colpe, dava mandato allo stesso Senato che voleva ridimensionare per capacità legislativa, di riparare al danno procurato dalle sue decisioni.

In questa narrazione, però sullo sfondo c’erano i “bambini di Taranto” che a differenza delle “ragazze di Gauguin”, nel meraviglioso testo di Grazia di Michele, hanno sì mani fragili, ma uno sguardo a termine che non potrà mai andare lontano.

I “bambini di Taranto” sono le vittime innocenti di una battaglia combattuta a colpi di tweet e in cui gli arringatori di piazze disilluse compiono misfatti tragici sui quali pretenderebbero il silenzio.

Perché diventa prioritario, all’indomani del voto, arraffare quanto più consenso possibile, dimenticandosi dei “bambini di Taranto”: c’è da passare all’incasso. Un gioco meschino che ha coinvolto tutti, vittoriosi o sconfitti.​

Piero Caramello

Presidente Alternativa Libera – Figline Incisa Valdarno  (FI)

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