Samuele Segoni: “Tre proposte per la riforma della disciplina della Valutazione d’Impatto Ambientale”

In commissione Ambiente, da un paio di settimane, si discute e si lavora con impegno sulla proposta del governo di riforma della disciplina della VIA (Valutazione Impatto Ambientale).

Ho messo sul tavolo della relatrice una serie di proposte per correggere il decreto del Governo, proposte che nascono da alcune mie convinzioni personali (maturate in anni di battaglie sui territori) e dal confronto (diretto o a distanza) con associazioni e con accademici del settore.

Le proposte che sto provando ad inserire riguardano principalmente tre filoni.

1. Togliere gli ampi margini di aleatorietà e discrezionalità che in diversi passaggi sono presenti nel decreto.

Ad esempio, mi sembra inappropriato che il ministro dell’Ambiente possa decidere di esentare in tutto o in parte la realizzazione di un progetto dalla valutazione di impatto ambientale. Oppure che il proponente abbia facoltà di scegliere se indire la conferenza dei servizi o meno. O ancora che ci sia la possibilità per i progetti in valutazione di passare dalla vecchia alla nuova disciplina in corso d’opera.

Inoltre, ho chiesto che l’emanazione del provvedimento di VIA per quanto riguarda gli idrocarburi, oltre ad essere obbligatoria, per i procedimenti in corso rimanga del soggetto originariamente competente. La legge e la procedura di valutazione dovrebbero essere chiare e univoche. Lasciare queste scappatoie ai proponenti (o al ministero) mi sembra un espediente per tenere il piede in due staffe e scegliere, di volta in volta, il percorso più blando che possa lasciar passare l’opera in maniera più indenne possibile.

2. Staccare la spina ai cattivi progetti ed eliminare l’accanimento burocratico.

Ad oggi succede spesso che i progetti ricevano parere positivo con centinaia, se non migliaia, di condizioni. Mi sembra assurdo. Se vengono evidenziate un numero così alto di criticità è evidente che il progetto sia sostanzialmente bocciato: lo si dica chiaramente e si evitino lungaggini stancanti ed inutili tra progettisti, imprenditori, tribunali e pubbliche amministrazioni. Similmente deve essere mantenuto il limite di cinque anni di efficacia della VIA, entro i quali i progetti devono essere realizzati, pena la reiterazione dell’iter.

3. Adeguato coinvolgimento delle comunità locali nell’iter di valutazione e progettazione (dibattito pubblico).

Questo è stato il punto più dibattuto, sia in commissione che fuori. Anche perché il Governo stesso, in precedenza, si era preso l’impegno di inserire previsioni di questo tipo e non lo ha fatto. Di conseguenza stiamo lavorando (parlo sia di maggioranza che di opposizioni) a correggere questa “dimenticanza”.

La questione, a questo punto, è dove collocare il dibattito pubblico all’interno dell’iter di VIA e di sviluppo del progetto. Le associazioni ambientaliste chiedono a gran voce che venga inserito nelle fasi finali (sul progetto definitivo o esecutivo). Questa proposta non mi ha mai convinto e, confrontandomi con chi ha gestito in passato alcuni processi partecipativi su opere pubbliche, la mia intuizione è stata confermata: man mano che l’iter procede, il progetto si consolida ed i margini di modificarlo (o addirittura fermarlo) sono sempre più ridotti, arrivando alle situazioni paradossali di consultazioni-farsa (ormai è già stato deciso tutto).

Quindi la proposta da me avanzata è di inserire le consultazioni con le comunità locali nelle prime fasi dell’iter, sul progetto preliminare (che con le ultime modifiche al codice degli appalti deve essere comunque molto più dettagliato rispetto a quanto avveniva in passato), a patto che le risultanze emerse da un approfondito contraddittorio tecnico diventino prescrizioni obbligatorie da integrare nei progetti definitivi ed esecutivi.

La partita, probabilmente, si chiuderà la prossima settimana. Vi terrò aggiornati.

Samuele Segoni

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